IOIOI per Kathodik, 2012 by Marco Paolucci

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Kathodik – Cristiana Fraticelli in arte IOIOI

Seconda puntata della rubrica Chi fa da sé fa per tre: Cristiana Fraticelli in arte IOIOI

Di Marco Paolucci       
uccio12@hotmail.com

22/05/2012: Seconda puntata, se così possiamo dire, della rubrica Chi fa da sé fa per tre. Questa volta l’onore tocca a Cristiana Fraticelli, in arte IOIOI, chitarrista sperimentale, performer, organizzatrice di eventi, artista a tutto tondo in continua e “faticosa” ricerca sia sul suo ruolo nella società sia sul suo rapporto con lo strumento e con la musica tutta. Parole non al vento queste che scrivo, vi basterà leggere l’intervista qui sotto per rendervene conto: 

1) Quali sono le tue origini come musicista? In particolare come è nata l’idea di suonare la chitarra? Perché hai scelto questo strumento?

(foto di Orèn) Ho iniziato a suonare la chitarra da bambina. Mia madre ne aveva una, una 3/4 acustica comprata per corrispondenza prima di sposarsi. Ricordo che appena ce ne era l’occasione mi infilavo in camera dei miei e strimpellavo lo strumento appoggiato all’angolo dell’armadio. Mi piaceva pizzicare le corde tra le chiavette e il capotasto, generando così il tipico suono orientale. A 7-8 anni frequentavo un istituto musicale e prendevo lezioni di chitarra classica. A 12-13 passavo all’elettrica e formavo la mia prima band, gli “Angel Dark” con repertorio che comprendeva Black Sabbath, Led Zeppelin, Yes, The Who, ma anche Van Halen, Iron Maiden. Verso i 16 -17 anni ho iniziato a prendere lezioni a Pescara da due fratelli che si erano diplomati in California e avevano importato dei metodi didattici e tecniche chitarristiche innovative; così ho avuto occasione di studiare tecniche avanzate di fusion-jazz e di partecipare a workshop con Scott Henderson piuttosto che Jennifer Batten (notoriamente la chitarrista di Michael Jackson, quella con i capelli biondi sparati che svisa su Billy Jean).

Poi mi sono innamorata dei Ciccone Youth ed è finito tutto!

Ho venduto una splendida Eko semiacustica degli anni ’70 (ancora rosico) per comprarmi un basso Yamaha e mi sono data al punk-crossover, al rock noise e all’elettronica.

Non provengo da una famiglia borghese, perciò se volevo qualcosa me lo dovevo meritare e sudare. Per tutto ciò che acquistavo dovevo dar via qualcos’altro. Insomma non c’erano soldi ed era un continuo cambio-scambio di strumenti di seconda mano. Chiaramente una volta emigrata a Bologna si aprì tutto un mondo fino ad allora sconosciuto. Ricordo Fred Frith quartet al Livello 57 …era il 1996 o ‘97. E di seguito Tristan Honsinger, Kevin Drumm, Keith Rowe, John Tilbury, ma anche Ikeda, Ikue Mori, Noto, e molto altro ancora.

Spesso  rimpiango di non aver fatto il conservatorio solo perchè vorrei tanto poter suonare Piazzolla e Takemitsu! E’ vero! Ma il pensiero si spegne in fretta…

Una volta una danzatrice contemporanea mi disse: “Cristiana ricordati… ti puoi allenare tutta la vita a portare la gamba sopra la testa e riuscirci, ma incontrerai sempre qualcuno che la tira ancora più su!”. E allora ciò che è davvero importante è “la TUA danza”, che è inimitabile, unica, irripetibile.

(foto di Orèn) Vedi che la mia formazione a livello di strumento è piuttosto ordinaria ed irrilevante.

Ok, lancio questo messaggio: un musicista se vuoi, non ha neanche bisogno di uno strumento! E’ semplicemente un portatore sano di intelligenza musicale.
La musica è un’eccedenza misteriosa. Ti ritrovi tutta la vita ad investigare questo fenomeno, a sentirne il tempo, lo sviluppo, i colori in un continua traduzione sinestesica, in una continua trasformazione tra linguaggi.
Posso dirti che gran parte della formazione mi deriva dalla danza, dalle arti marziali, dalle arti visive, piuttosto che dall’osservare il movimento negli occhi di un anziano in treno, un bambino che mangia una mela o un gatto girovago sotto il riflesso della luna. Tornando al kung fu ad esempio, quale scuola! Forse per chi non ha mai praticato l’idea è quella di “combattere”? Ma quella è pura apparenza! Cerchiamo la forza elastica nel kung fu! Quale occasione di studio ed esperienza per chi esplora le corde! Cerchiamo il suono primordiale! Oppure nell’aikido c’è un momento specifico che ricerchiamo, un momento di “stallo” …che è un levare sostenuto. Quale incredibile possibilità di vivere e comprendere la sintassi musicale dal centro del proprio corpo. Ed ancora il respiro. Senza parlare dei “colori” e dei toni. Questa potente correlazione i Greci la conoscevano benissimo ed un tempo la musica era un’arte medica. I medici erano degli stregoni e se facciamo un passo in più… tak, finiamo Là, finiamo Qua.
Non credo di riuscire a rendere in poche righe… ma è così. Siamo gettati nel Suono. E le vie che portano a questa ricerca sono infinite… lo strumento è un caso, una possibilità tra le altre, ripeto. Ci sono in giro bravissimi strumentisti che sono pessimi musicisti e viceversa.
Il mio approccio allo strumento è assolutamente esperienziale e fenomenologico se vuoi. Utilizzo accordature aperte e lascio che il corpo dello strumento interagisca a piacimento con gli oggetti e le suggestioni che gli propongo. Nelle arti marziali le armi (spada, bastone, altro) sono un’estensione del proprio corpo. Il baricentro del movimento è a metà tra il corpo e l’arma. Si intesse un rapporto d’amore tra i corpi. Non puoi né dominare, né esser dominato. Cerco questo equilibrio.
Progressioni armoniche, scale, riff e “svisate”, tutte queste cose non sono oggetto della mia ricerca, le ho conosciute e dimenticate. Fortunatamente… perché così è tutto più divertente, una continua sorpresa, come tornare bambini ed emozionarsi per il miracolo del suono.

2) Come nascono i tuoi brani? Che valore riveste, che importanza deleghi all’uso della voce? Hai mai pensato ad un disco di sola voce?

Tutto è già qua ed è vivo, vado a scolpire la materia fino a quando la sua stessa vita non è evidente. E’ come ferire la luce. Così che sia evidente che il buio non ha alcuna sostanza. Se invece guardo ad est l’idea è quella di composizione come conseguenza di un’efficacia indiretta… Leggevo anni fa un libro del sinologo Jullien a proposito della poesia e pittura cinese. Se il soggetto è Luna non si parlerà né si disegnerà alcuna luna, ma piuttosto si suggeriranno gli elementi che ne compongono la costellazione semiotica. Questo dal punto di vista dell’approccio. I contenuti invece sono molto ordinari. Utilizzo le immagini sensibili dell’esperienza quotidiana. Un tempo definivo il mio percorso “body weather improvisation”, espressione presa in prestito dal butoh e declinata alla mia maniera.

Improvviso sulle temperature del tempo-corpo… non solo psicologico, ma anche e sempre di più quello meteorologico! Haha. E in tutto questo movimento punto all’assenza di movimento.
Così non accade nulla in realtà. O meglio tutto accade nel nulla. TUTTO ACCADE NEL NIENTE CHE TU SEI.
Agisco all’interno di un campo di forze, mi interessano le forze più che le forme. Le forme sono l’impronta lasciata da una o più forze. Seguendo le tracce si crea una memoria, il racconto delle forze se vuoi. Deleuze scrisse un capolavoro in questo senso sul lavoro di Francis Bacon.
Le composizioni poi sono mutanti, mutevoli, cambiano continuamente forma e non si chiudono mai. Questo è l’interstizio necessario per l’improvvisazione. Ogni volta l’esperienza è diversa, un identico mai uguale a se stesso. Insomma semplicemente vita.
La voce. Ho fatto diversi lavori di sola voce, ma negli anni è lo strumento che è andato sempre più celandosi. Attualmente è il senso che lascio nello stato passivo più profondo. Quando emerge è per necessità (urlo, memoria o pura potenza).
Soprattutto dal vivo utilizzo una grande concentrazione per controllare tutti gli elementi, la voce ed il corpo sono invece in libera tensione, in risonanza passiva con ciò che accade e interagiscono in una danza di continue aperture e rotture verso altro, per una genesi di imperfezioni (vita).

3)  A chi ti ispiri quando componi? Quali sono i tuoi “cattivi maestri”?


(foto di Orèn) Mi ispiro alla pioggia, agli uccelli, agli alberi, alla luna, al sole, al mare, al vento e a tutto ciò che galleggia nel mezzo. C’è una grande componente noise in quello che faccio che è un concetto che ancora non trova la propria definizione. Negli anni 50 per la teoria dell’informazione il noise era un disturbo dell’informazione, poi negli anni 70-80 è diventato parte integrante del processo di comunicazione. Per quanto mi riguarda è la sostanza di tutto ciò che percepiamo, ‘Cantico delle creature’ incluso.
Cambiano gli indici di densità e velocità, ma… Ok, mi fermo qua.
Per quanto riguarda gli umani-musicisti, sono vecchia e curiosa, ho tantissimi ascolti alle spalle, quindi non saprei più dire chi siano i miei ispiratori senza far torto agli uni o agli altri. Non è un mistero la mia passione per la musica asiatica tradizionale e contemporanea. Attualmente ascolto molto Sofia Gubaidulina.

I miei “cattivi maestri” non sono musicisti. Gurdjieff parlava della quarta via. Osho prima di morire sognava di istituire l’università dei misteri dove ogni uomo era contemporaneamente poeta, musicista, scienziato e mistico.
Ho avuto e continuo ad avere tanti cattivi maestri, ma hanno appunto quella qualità.  Mi interessa la Musica ma non mi interessano i musicisti in sé e quindi non ho mai idolatrato nessuno. Poiché è davvero semplice vantarsi del talento, ma “chi” te lo ha dato questo talento? Non hai fatto nulla per averlo. E se lo hai coltivato tenendo a mente questa domanda allora ti ritrovi improvvisamente nella via. Altrimenti sei un uomo monco.

Magari un bravo musicista. Ma non un maestro. (Mancare è peccare, questa anche la radice del “peccato” sbagliare mira, mancare il punto).

Milioni di fanzines, aspiranti stars e hipsters dell’ultima ora non vedono l’ora di indottrinare e alimentare illusioni. Non c’è bisogno di riempirsi la testa di altre informazioni ed ascolti ma di vivere e “rischiare” la propria danza.

4) Spesso, nei tuoi concerti, cerchi di superare la tradizionale forma esecutore rivolto ad un pubblico, ma mostri anche una tua ricerca? Cosa ti porta a questa forma di, diciamo, concerto performance? E’ solo una mia impressione o condividi questa visione?

Sì è così. Questo accade perché il linguaggio di IOIOI  non si muove in una dimensione rappresentativa e/o mimica. Come dicevo sopra tutto accade all’interno di un campo di tensioni, quindi è un divenire, non un rappresentare. Vedi che anche il mio corpo ne è parte, ne è invaso, agisce e patisce, si muove molto, senza alcun interesse a mantenere una forma (ossia si de-forma, si tras-forma). Caduto il livello di rappresentazione non c’è neanche bisogno di palco. Ossia non c’è più distanza, non c’è messa a distanza. Si è. E in quello spazio siamo insieme. Non c’è esecutore e pubblico, ma corpi, poli di ricezione di un fascio di tensione comune. Questo è amore, è amicizia. C’è una storia zen molto bella che riporto qui:

“Molto tempo fa, in Cina, c’erano due amici, l’uno molto bravo a suonare l’arpa e l’altro molto bravo ad ascoltare.

Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva: «Vedo la montagna come se l’avessimo davanti».

Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva: «Odo l’acqua che scorre!».

Ma quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più. Da allora, tagliare le corde dell’arpa è sempre stato un segno di grande amicizia.”

5) Hai inciso e continui ad incidere per svariate etichette italiane, vedi la Ebria che sfortunatamente ha chiuso i battenti, ed internazionali. Con chi ti sei trovata meglio?


(foto di John Fanning) Ebria è l’etichetta a cui devo tutto, quindi vince Ebria hahah.
Ai tempi – 2004 – il network era diverso, facevo cose assurde ed Ebria ha creduto in me e mi ha supportato in una maniera che oggi è impensabile. Credo che a quei livelli oggi in Italia ci sia forse solo la Boring Machines di Onga. Nel senso di un’etichetta che cura anche la distribuzione, la relazione con la stampa, si sbatte per le date rimborsate e non trascura, ma anzi coltiva, il lato umano e relazionale.
Dopo la Ebria in realtà non mi sono più curata di entrare a far parte di una “scuderia”. Sono un cavallo sciolto. Così tutte le altre sono arrivate perché c’è stata una proposta di pubblicazione “ad hoc” spesso per affinità elettive, come nel caso di Setola Di Maiale del mio caro amico Stefano Giust o di Ikuisuus. O come mi è accaduto di recente in America, qualcuno era lì, mi ha vista ed ha proposto una produzione.

E’ un’esperienza ben diversa dall’avere una casa dove ripararsi. Sono piuttosto ospitalità temporanee, come un nomade che ha tanti amici e di volta in volta si riposa in un letto diverso.
In realtà sono anche stanca di non aver terra sotto i piedi. Ma tutto quello che è stato deriva da scelte ben precise, quindi va bene così. Il gioco ha queste regole! E’ come avere una relazione di coppia, avere relazioni occasionali o semplicemente amare tutti e non metter radici con nessuno. Ci sono i pro e i contro per ognuno di questi aspetti.

6) Con chi vorresti collaborare?

(foto di Orèn) Negli anni ho collaborato con numerosi musicisti, ma anche artisti, danzatori, pittori. In Italia e all’estero, in presenza o a distanza. Collaboro con chi mi accende il cuore. Ancora una volta si parla di amore. E come in amore non faccio calcoli, perché non immagino a priori. Ci sono artisti che mi piacciono molto ma che in un rapporto più intimo non danno luogo a dei mondi condivisibili. Non c’è spazio è tutto già al completo! Magari anche io sono così… Allora lì è necessario condividere una visione comune della collaborazione. Non è scontato. Ad esempio molti improvvisatori concepiscono lo spazio di creazione come una lotta per il territorio, altri come una pratica di seduzione, altri come accondiscendenza, altri come somma delle singolarità, altri ancora come svuotamento. E’ più semplice innamorarsi e non farsi troppe domande… se non funziona pazienza.
Non mi interessano i grandi nomi, anzi spesso li evito per pregiudizio opposto. Mi piace ciò che è raro e spontaneo. Così mi è capitato anche di collaborare con personaggi di cui non sapevo nulla ma che come un magnete misterioso hanno attratto la mia orbita. Mi viene in mente ad esempio un lavoro assurdo fatto con l’australiano GRIST in cui abbiamo consegnato contemporaneamente le reciproche tracce della stessa lunghezza. Poi le abbiamo sovrapposte pannandole, l’una partiva da destra e finiva a sinistra e viceversa con un punto unico di incontro al centro. Ed è stato incredibile. Tutto funzionava perfettamente e la traccia finale ha un qualcosa di indefinibile, magico e potente.
Se sei curioso la trovi qui: http://archive.org/details/GristIoioi-IlTramontoAllalba
Per ora la collaborazione più stabile, seppure discontinua è quella con Gravida (Patrizia Oliva e MaryClare Brytzwa), ma ho seminato promesse qua e là ed è possibile anche che me ne venga fuori con una unit harsh noise o con un collettivo di impro-freaks prima o poi.

7) Come vedi la scena musicale italiana?

Bene. Sono appena rientrata da un breve tour nel nord italia e sono entusiasta. Ci sono musicisti che “spaccano” e sono chiaramente quelli meno visibili. In Italia è difficile avere un’idea chiara della “scena” Non c’è alcuna scena, ma micro-comunità, affezioni temporanee. E’ sempre stato così. Fa parte della nostra storia territoriale fatta di fazioni, divisioni, collettivi di breve termine, movimenti estemporanei. E’ frustrante e stimolante al tempo stesso. Personalmente ignoro le mode e non leggo le riviste di settore, preferisco incontrare per caso o per volontà gli individui. La “scena” è un prodotto di marketing, a qualsiasi livello. Chi fa musica invece spesso è un meraviglioso montanaro. E se finisce per fare “scena” è un caso.

8) Quando puoi ti sposti per suonare in giro per il mondo, Asia e America comprese.Come vedi la scena internazionale a livello di rapporti umani, professionali?

(foto di Tiffy Wong) Ogni realtà è diversa. Dell’America mi ha colpito l’entusiasmo, la capacità di collaborare e di mettersi a disposizione per un progetto. Il che è un ossimoro se si riflette sull’individualismo estremo della società americana. A San Francisco ho visto il mio amico superbo musicista Dominique Leone mettere in piedi un ensemble di 10 musicisti professionisti per la sua edizione di Les Noces di Igor Stravinsky. Ognuno di questi musicisti aveva molteplici altri progetti ed un lavoro quotidiano ma si sono adoperati per farcela con il massimo dell’impegno e della disponibilità. In tempi brevissimi e a livelli altissimi. Hanno curato insieme gli aspetti organizzativi, di finanziamento. Incredibile tanta collaborazione, ascolto e dedizione. Fosse stato in Italia il progetto sarebbe saltato alla prima insofferenza.
Altra caratteristica sempre americana è l’umiltà e l’apertura mentale. Questi sono tutti diplomati al conservatorio e fanno noise, ti vengono a conoscere, ti fanno domande, scambiano i dischi, prendono due lire quando suonano – sto parlando della California, è probabile che a New York ci siano altre storie -,  In Italia appena qualcuno viene citato per più di due volte in una rivista si fa il gioco di “non conoscere più nessuno”, per non parlare della situazione dei musicisti da conservatorio.
In Cina non torno dal 2008 e non oso immaginare come si siano evolute le cose… continuo a tenere i rapporti con molti musicisti sperimentali cinesi e da quel che posso intuire – da qua – le occasioni di scambio e creazione, almeno nelle città maggiori, Pechino e Shanghai, proliferano.
In Giappone poi è noto il piano di assoluta libertà in cui si opera ed è il motivo per cui molti di noi – io in primis – sognano di poter passare almeno qualche mese di residenza nel Sol Levante.
Per quanto riguarda l’aspetto umano, per come mi muovo io è assolutamente necessario che ci siano apertura e gentilezza!… Non ho né etichetta né tantomeno tour manager, mi muovo esclusivamente in un regime di fiducia interpersonale. Se non mi piacessero anche a livello umano le persone che incontro non potrei mai fare ciò che faccio.
9) Parlami della tua esperienza come organizzatrice di eventi. Da dove è nata l’idea di Germinal? Perché questo nome? Perché questo luogo e questa città che ti ha dato i natali? Lo trovi stimolante per te come musicista il fatto di essere anche dall’altra parte del palcoscenico?

(foto di Luca Agnani) Quando sono rientrata nelle Marche per lavoro – prima appunto vivevo a Bologna, poi un po’ in giro in Europa senza alcuna prospettiva – all’inizio sinceramente ero disperata. Mi avevano promesso di trasferirmi in Cina poi non è accaduto, per un po’ ho cercato di mantenere lo stile a cui ero abituata, …ossia lavoravo e subito dopo le ore di ufficio mi mettevo a disposizione per IOIOI. Tenevo i contatti, scambiavo i files, i weekend spesso ero a suonare oppure a Milano o da altre parti. Viaggiavo in Asia appena avevo le ferie e facevo i miei tour. E poi sono crollata. Questo ha coinciso con un collasso interiore molto profondo – chiaramente la vita è più complessa della propria volontà e determinazione – e ho chiesto aiuto al cielo… vero. Così per anni mi sono eclissata, sono come scomparsa. Ho continuato a suonare all’estero e pochissimo in Italia. Le mie giornate erano scandite da una rigorosa pratica spirituale, niente computer e per un periodo abbastanza lungo anche niente musica da ascoltare… ma piuttosto una nuova educazione all’ascolto. Quando arrivi a quel punto rischi tutto anche di abbandonare la musica, poiché totale affidamento e totale abbandono sono gli elementi richiesti.

(foto di Luca Agnani) Se non che… accade che… dopo un qualcosa che qui chiamerò AH! ARHHHHHH! AHAHAH si libera un sacco di entusiasmo e si ritrova ciò che la vita vuole che venga ritrovato.
Sull’onda di questo entusiasmo ho iniziato a guardarmi attorno e a sentire l’esigenza di condividere, di dare. Così è nata l’idea di fare qualcosa nel e per il territorio che mi ospitava. Quello che prima era frustrazione pura – l’avarizia e l’isolamento di questo territorio in termini di occasioni di incontro, ibridazioni, improvvisazione e sperimentazione – si è tramutata in una possibilità iniziatica e da qui il nome ‘Germinal’ con tutte le connotazioni che si porta dietro (germinale, l’inizio della fioritura, la primavera rivoluzionaria nelle intenzioni di Zola, piuttosto che la cellula sessuale, la potenzialità di una nascita). ‘Germinal’ poi fa assonanza con Terminal che è il locale – nella gestione di Marco Cecchetti – che mi ha dato la possibilità di mettere in piedi questo laboratorio sperimentale.  Aprendomi sono arrivati anche gli amici, le adesioni, il supporto.
Macerata non è una meta turistica, la cultura sperimentale non è così diffusa, il pubblico medio è piuttosto vergine e quindi per me era l’occasione di offrire un’esperienza diversa e originale per chi veniva da Tokyo (foto di Luca Agnani) piuttosto che da San Francisco o da Oslo, da Berlino, da Pechino. Agli esordi poi si lavorava proprio sull’artista creando scenografie ad hoc sul palco, associando anche artisti visivi alla proposta e curando gli aspetti pre e post in maniera quasi maniacale E’ un lavoro allucinante in realtà! I primi mesi ci ho rimesso anche molti soldi senza contare tutto il lavoro di promozione. Marco mi ha sostenuto con il locale a livello di rimborsi, vitto e alloggi e ha un gran merito in tutto ciò, ma devo dire che da sola non è semplice coordinare tutto, educare all’ascolto, far sentire l’ospite a suo agio e assicurare al locale nessuna perdita. In fondo stiamo parlando di esperienze “stravaganti” (l’incubo di qualsiasi gestore commerciale!).
Nel tempo poi abbiamo costruito una mini squadra e fosse anche solo per la condivisione emotiva e psicologica fa una grande differenza rispetto alla fatica degli inizi. E poi è un gran successo! Gli ospiti sono contenti, il nome gira, se ne parla molto in Italia come situazione “cool” e anche all’estero…vero!
Inoltre, c’è chiaramente un ASPETTO POLITICO in questa inziativa.  Abbiamo attraversato in Italia un ventennio di devastazione e barbarie culturali. Oggi parlando con i ventenni sono… basita. Ai miei tempi bruciavamo, facevamo politica, si occupava, ci si devastava nel sogno di trasformazione e giustizia, se vuoi. A Bologna appena ventenne ero con un collettivo femminista che andava di notte a spaccare le vetrine dei cinema porno. Oggi le ragazzine fanno porno di sistema!Non hanno idea del lavaggio del cervello che hanno subito… e che dire della cultura?

“Conoscere è libertà. Ignoranza è schiavitù”. Come è possibile che si sia abbattuto un silenzio accondiscendente sul principio stesso dell’umanità?

Questa depressione che ci hanno imposto tagliando le occasioni di incontro, cancellando la piazza, convincendoci ad amare le nostre prigioni con tutte i sistemi di manipolazione abietti e caramellosi che ci hanno iniettato! Il 90% dei musicisti sperimentali e improvvisatori italiani è emigrato a Berlino. In pochissimo tempo, fuga dall’Italia. Il resto si lamenta perché mancano gli spazi, perché non “li capisce” nessuno, non sono pagati né valorizzati. Allora una possibile risposta alla fuga e al lamento è PROVIAMO a fare qualcosa. Diffondere il vaccino, germi benevoli! Germinal appunto, come la rivoluzione di Zola. L’idea di ricreare un momento di partecipazione, di cultura, di gioco, di sperimentazione di incontro con altro. Io sono “fuggita” da Macerata a 19 anni. La ritrovo ancora così profondamente addormentata nelle proprie abitudini, sufficiente a se stessa, diffidente, difficile da coinvolgere. Eppure partiamo da qui, senza immaginare altro, qualcosa di diverso da ciò che è. In realtà i fili di amore e trasformazione che ognuno di noi lancia sono molto più misteriosi e imprevedibili di ciò che sembra. Si semina qua e magari si raccoglie da un’altra parte. Ogni luogo ha un suo destino, ogni luogo partecipa di un equilibrio più grande. Se anche solo 2 o tre persone hanno sorriso a causa di Germinal allora il raccolto c’è stato. E chissà quanti fiori da altre parti, chissà quanto altro sta portando segretamente, nel sottosuolo. E’ questa la vera cultura underground! Anche questo è fare politica.
Penso al lavoro pionieristico per la classica contemporanea fatto da Stefano Scodanibbio a Macerata con la sua Rassegna di Nuova Musica… qualcosa di pazzesco e di impensabile ha creato Scodanibbio! Considera che la Rassegna l’ho conosciuta a causa di John Zorn, forse otto anni fa o circa… Scodanibbio suonava per il progetto COBRA e leggendo il libretto noto che era mio concittadino… Assurdo, non lo sapevo! Una ulteriore riprova di questo misterioso reticolo di fili e germogli invisibili per ogni attività “di cuore” che facciamo.

10) La classica domanda finale a cui non ci si può esimere: come vedi il tuo futuro, musica, organizzazione di eventi, tutto il resto?

Per quanto riguarda IOIOI il futuro è imprevedibile. Chi ha avuto la pazienza e la volontà di seguire questo viaggio sa che ogni volta è stato diverso, IOIOI disattende qualsiasi aspettativa nel bene e nel male. Spesso anche tra una data e l’altra il set è stravolto, per contenuti, strumentazione, performance. E’ così! Il mio maestro cinese quando ci insegnava la forma base Chen (una sequenza di più di ottanta posizioni) si “divertiva”a cambiare qualcosa da un seminario all’altro. E stiamo parlando di stili tradizionali che si tramandano da almeno 600 anni. Il motivo? Tutto cambia e si trasforma in natura, niente è esente da questo principio. Mi interessa che la vita suoni attraverso me, tutto qui. Non inseguo un’idea. E’!
(foto di Aurelio Laloni) Riguardo all’organizzazione degli eventi… se dovessi rimanere ancora un po’ in questi territori vorrei provare formule diverse. L’idea è di riprendersi la Res Publica… la cosa pubblica, che è stata finanziata con i sacrifici, il dolore e le speranza dei nostri predecessori, e che oggi assomiglia ad un vascello fantasma depredato da ladri degeneri e deviati. Mi piacerebbe liberare spazi pubblici e far ripartire il flusso della partecipazione cittadina, non so se stai leggendo in questi giorni dell’occupazione da parte di artisti del grattacielo a Milano – “Macao” –  con assemblee cittadine di 500 persone! E’ emozionante! E’ chiaro che questo è possibile solo se ripartiamo da una cultura della partecipazione e dell’equità! Così dovrebbe essere il sapore di qualsiasi evento, un momento di celebrazione collettiva, dove il merito è equamente distribuito e valorizzato…E’ tempo di riscoprire cosa significhi nel profondo essere “umani” ed essere insieme “umani” (di nuovo, la storia zen del musicista e dell’amico) ! E così c’è pane per tutti, davvero. Se ognuno di noi si sentisse veramente valorizzato nel proprio unico specifico contributo che può dare nel servire il pianeta ci sarebbe un tripudio di concerti… tanto più benvenuti tanto più sperimentali. La gente vive in uno stato di profonda umiliazione annichilimento e repressione. Ci hanno tagliato le radici dell’umanità, castrando la creatività, la libera espressione, trasformando la gioia in bavagli di pvc, la curiosità in impedimento (al mercato!) Dobbiamo ricominciare dall’ABC, prodigarci per liberare l’anima dell’amico e allora la sperimentazione uscirà dalla nicchia… poiché è essenzialmente universale! E’ la Qualità il Seme dell’umanità!

“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”.

Chissà cosa studiano oggi i ragazzi…le memorie di Lady Gaga?
Viva la resistenza, vinceremo.

Nota: quando è arrivata l’intervista il collettivo Macao aveva occupato la Torre Galfa; dopo lo sgombero avvenuto 10 giorni dopo il collettivo ha occupato Palazzo Citterio.

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