IOIOI per Sands-Zine, 2005 by Mario Biserni (e.g)

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IOIOI    intervistina con cappello di e. g. (no ©)

foto_di_Luca_Agnani
Dietro la misteriosa sigla IOIOI si nasconde una ‘black lady’ della musica italiana e, ancor prima, un’appassionata di cultura e arti giapponesi formatasi all’ombra di quell’invasione sonora che, partita dall’estremo oriente, da dieci anni a questa parte ha iniziato a coprire i nostri cieli.
Un millennio fa si definivano le nostre grandi cantanti con nomi di animali: la tigre… la pantera… l’aquila… se dovessimo riesumare quest’usanza per IOIOI dovremmo senz’altro scomodare… la libellula. Leggera, silenziosa, trasparente e vellutata… il suo battito d’ali ha l’essenza di un sospiro.
Alcuni concerti sono bastati a garantirle la fama di grande performer e il suo disco d’esordio, fortemente voluto dalla Ebria, è atteso con la smania con cui si attendono i grandi eventi. Ma ormai ci siamo e il disco, quando leggerete queste righe, forse sarà già fra le vostre mani.
Comunque, tanto per rendere meno nervosa l’attesa, le abbiamo rivolto qualche domanda.

Per iniziare dovresti togliermi una curiosità… cosa significa IOIOI?
È un gioco. IOIOI è innanzitutto la trascrizione in italiano del nome di una compagnia di teatro di Nagoya per cui lavora una mia cara amica giapponese. Un giorno lei ha provato a spiegarmi la genesi del nome e alla fine non ho capito molto se non che è una cosa troppo divertente per un giapponese! Poi mi piaceva perchè rimanda concettualmente a mondi completamente opposti, quello freddo di una scheda di connessione, quello intimo e privato dell’IO riflesso ed infine quello caldo ed aperto di un’onomatopea infantile. E poi a dirla tutta è anche una citazione indiretta ad uno dei miei gruppi preferiti le OOIOO.

Ho sentito parlare molto bene dei tuoi concerti, Patrizia Oliva è una tua sfegatata ammiratrice, ma quando ti incontrai al concerto dei Caroliner mi dicesti che il disco non rispecchierà ciò che fai dal vivo. Puoi darci qualche anticipazione?
foto_di_Federico_BernocchiRingrazio Patrizia per la promozione!
Sì, il riscontro col pubblico è sorprendentemente positivo e come ti dicevo, il live incarna al meglio il tipo di ricerca che faccio.
Quello che davvero mi interessa è evocare col suono un luogo aperto dove tutto è in divenire. Attualmente il set prevede, per molteplici ragioni, l’uso abbondante di basi, quasi completamente suonate, ma per sempre basi… il rischio è dunque che ci sia poco spazio per “l’evenemenziale” che, paradossalmente, è la ragione del mio lavoro! Perciò la soluzione che adotto è improvvisare costantemente con la voce, il corpo, la chitarra, la scaletta, la situazione.
Cerco di modulare l’immobile con il movimento, fino a quando ciò che si crea è unico ed irripetibile (ossia non sarei capace di rifarlo in un altro concerto!).
Ed è interessante che la maggior parte dei musicisti si faccia l’idea di me come di una che prova i pezzi ad oltranza.
È il contrario!
Cerco di esser morbida, di riempirmi di quante più immagini e sensazioni non necessariamente musicali e poi di restituire tutto secondo il mio stile, attraverso il linguaggio musicale.
Il disco risponde della stessa logica, ma essendo ‘disco’ sfugge naturalmente alle variabili di performance.

A quanto ne so i tipi della Ebria si sono letteralmente innamorati della tua musica?
Sì, loro sono stati eccezionali. Hanno creduto subito in me, mi hanno organizzato la maggior parte delle date, introdotta nella scena, promossa e prodotta, con un entusiasmo ed una passione fuori dal comune!
Ci siamo trovati subito bene anche umanamente e contiamo di collaborare a breve anche in progetti musicali collettivi.

So che sei un’appassionata di cultura giapponese, che importanza ha tutto ciò in quello che fai musicalmente?
L’oriente per me è un passaggio privilegiato per pensare a me e alla mia cultura. Quando canto non uso le parole, ma delle combinazioni di suoni che rimandano fortemente al giapponese. È un immaginario come un altro che nel mio caso ha la facoltà di mettere in crisi delle cose, abitudini del pensiero e dell’ascolto. Dentro le parole ci sono delle sensazioni, ancora prima che concetti.
Mi interessa evocare quella sostanza dimenticata e per farlo utilizzo dei suoni vicini alle lingue orientali. C’è un pezzo nel mio disco che si chiamaGattojisatsu ed è la mia testimonianza su un horror giapponese chiamato “Jisatsu Circle”.
foto_di_Federico_BernocchiL’ho visto non tradotto e naturalmente non capivo nulla di cosa stessero dicendo, ad un certo punto del film parlano dei bambini ed io ho i brividi.
Più tardi trovo la traduzione in inglese ed i bambini in quel preciso punto stavano chiedendo ‘sei collegato con te stesso?’ ( la domanda esistenziale per antonomasia!!).
Quando parliamo trasmettiamo molte cose, cose che non passano sempre per la comprensione intellettuale, cose che hanno a che fare con le sensazioni.
Per il resto, la musica di IOIOI nasce dalla pratica del kung Fu ed assomiglia a ciò che scriverebbero insieme Yoko Ono, Faye Wong – che è una cantante pop cinese, Sachiko M e Yoshimi P-We se fossero italiane!!

Secondo te la musica italiana di qualità riceve un’adeguata promozione da parte dei media?
Dipende dal tipo di media. Se penso alle riviste di settore a grande distribuzione devo dire che l’attenzione è poca e la maggior parte degli approfondimenti non riguardano davvero la musica di ‘qualità’, per non parlare poi della musica di ricerca.

Parlando con molti musicisti ho avuto l’impressione che preferiscano pubblicare su etichette estere perché pensano che pubblicare su un’etichetta italiana equivalga a rinchiudersi nel circuito nazionale, tu cosa ne pensi?
Non è che le etichette indipendenti italiane fanno veramente troppo poco per promuovere i loro musicisti all’estero (prendendo come paragone ciò che fanno le etichette estere per promuovere i loro musicisti in Italia)?

Rispetto a questa esigenza, credo che al contrario si debba chiedere ai musicisti più cooperazione ed iniziare a ragionare tutti – musicisti, etichette, ascoltatori e giornalisti – un po’ più come un corpo unico.
Ossia pensare non solo a cosa possa fare un’etichetta per un musicista ma anche a cosa possa fare un musicista per un’etichetta. Nel mio caso, ad esempio, sto collaborando anche con un’etichetta di San Francisco, è in corso un progetto con un musicista americano che pubblica per Tzadik, e sto programmando dei gemellaggi con dei musicisti giapponesi.
La speranza – fra le altre – è che se io ho attenzione all’estero allora ne avrà anche la Ebria e magari si apriranno con più facilità dei canali di promozione.
È chiaro che rivolgendosi direttamente all’estero tutto è molto più semplice… ma forse, prima di chiedere asilo, si può tentare di ‘imparare da loro’.

Ti sembra che il settore della musica indipendente italiana sia in crescita a livello qualitativo? Puoi farci qualche nome interessante (naturalmente oltre ad IOIOI)?
Beh, I/O, Nippon and the Symbol… OvO, Uncode Duello!??
Poi le guerriere ‘sole’, ?Alos, madame P, Miss Violetta Beauregarde, Majirelle ed ‘accompagnate’, Allun e via dicendo.
Ho un debole per Tottemo Godzilla Riders e se vogliamo entrare in altri territori – elettroacustica, free jazz, improvvisazione – ci sono musicisti davvero validi oggi in Italia che non godono di adeguata visibilità.
A questo proposito, sta per uscire un disco molto bello di Davide Tidoni per AFK. Infine, io vivo a Bologna e di cose interessanti ne passano, ve lo assicuro!